Immaginatevi un profondo burrone. Da un lato c’è una folla di persone, che rappresenta i cittadini comuni, gli elettori, i destinatari delle politiche pubbliche. Dall’altro ci sono gli amministratori, gli strumenti, i beni e i servizi. In mezzo c’è un grande ponte. Questo ponte è la tecnologia, l’informatizzazione, la semplificazione delle procedure, la trasparenza amministrativa. Il ponte però è chiuso da una sbarra. Non c’è alcun pedaggio da pagare, né chiavi da inserire per farla alzare. Basta chiedere alla persona che sta nel gabbiotto all’imboccatura. E sapete come si chiama questa persona? Marco Fioretti.
Marco si occupa di informatica ma non è un informatico né un programmatore, non ha una preparazione specifica e non vende software per lavoro. Piuttosto studia e fa ricerca, formazione e promozione su come le tecnologie digitali - che deliberatamente non chiama più “nuove tecnologie” - influenzano la nostra quotidianità. «Parto dalla constatazione che oggi i diritti civili e la qualità della vita di chiunque dipendono sempre di più da come i computer sono usati intorno a noi», spiega. «Non è più una questione di saper usare il computer per avere, per esempio, opportunità di lavoro. Sicuramente è anche così, ma il punto fondamentale da capire è che il modo in cui vengono usati gli strumenti tecnologici nella società influenza tutti, dal pensionato al neonato, volenti o nolenti. E tutti dobbiamo “affrontare” l’informatica, allo stesso modo. Questo è il senso del mio lavoro».
Potremmo definire Marco come un “facilitatore”. Ma di cosa? «Di consapevolezza, direi. Sono formatore e divulgatore. Molto spesso non faccio una formazione esclusivamente tecnica. Più che insegnare a usare un determinato software, spiego alle persone il motivo per cui è nel loro interesse imparare a farlo, faccio capire come ciò può migliorare la loro vita, porto esempi concreti in questo senso e le assisto lungo il cammino».
L’informatizzazione degli apparati pubblici e privati viene vista come un processo lungo, complicato e costoso, ma spesso, come ci spiega Marco, la realtà è ben diversa: «Io mi trovo in contatto soprattutto col mondo dell’educazione, non solo scolastica. Spesso per conto delle pubbliche amministrazioni svolgo ricerche su come mettere in pratica i processi a cui ho accennato e studiarne gli effetti. L’anno scorso per esempio, su commissione di un ente europeo, ho compiuto uno studio sul riutilizzo del software fra i vari livelli amministrativi in Italia. Se ne fa pochissimo e questo comporta degli sprechi enormi». Ed ecco che saltano fuori i classici “problemi all’italiana”: «È giusto che ci sia indipendenza amministrativa e che ogni ente locale possa fare ciò che è più congeniale al proprio contesto, ma non c’è alcuna ragione per cui la gestione dell’anagrafe non debba avvenire con lo stesso software per tutti i Comuni italiani. È chiaro che il Comune di Roma dovrà spendere dieci volte di più rispetto a quello di Bologna e cento volte di più rispetto a quello di Valsamoggia, però è uno spreco enorme utilizzare sistemi differenti per ciascun Comune. E questo non succede perché manca la competenza informatica, ma perché spesso mancano capacità amministrativa e volontà politica di semplificare. Ci sono amministratori che per campanilismo o per altri interessi sono convinti di avere esigenze speciali e si rifiutano di utilizzare lo stesso software che usano gli altri. È un problema culturale, non tecnico».
Si tratta anche di una questione di trasparenza. M questo non vuol dire che ciascuno di noi debba diventare un esperto informatico capace di padroneggiare i software gestionali più complessi. «Non è il cittadino che deve accrescere le proprie competenze, sono gli enti pubblici che devono semplificare il loro funzionamento. E i dati vanno pubblicati nella loro interezza, per quanto negativi o aleatori possano essere. Trasparenza e serietà sono anche questo, senza dimenticare il fatto che spesso – specialmente nel caso degli enti locali – le colpe vanno cercate altrove».
A chi spetta dunque la prima mossa? Secondo Marco non c’è una risposta univoca a questa domanda: «Dipende da caso a caso e comunque, anche nella singola situazione, non c’è una sola componente che deve agire. Il mio ruolo è illustrare le possibilità a disposizione e spiegare come, sfruttando le tecnologie digitali, si può lavorare insieme in modi che erano impossibili fino a pochi anni fa. Io faccio una formazione di base in cui racconto quali sono le categorie di soluzioni, poi tu – lista civica, sindaco, pro loco, comitato, associazione di categoria così via – scegli quella più adatta e, insieme, vediamo come applicarla».
È questo un principio che sta alla base dell’attività della Società di Biourbanistica, con cui Marco collabora. Resilienza, autonomia, capacità di affrontare i problemi locali con risorse locali. «Ci concentriamo sulle possibilità di sviluppo e sulle competenze specifiche del territorio. Noi ti vogliamo offrire la possibilità di vivere bene a casa tua, sfruttando le tue potenzialità. Anche perché quello delle nuove tecnologie è un mercato estremamente mobile e se non si riesce a trovare un modo per agganciarlo al contesto produttivo, sociale e politico locale il rischio è i benefici che porta se ne vadano con la stessa velocità con cui sono arrivati».
Se vi interessano le tematiche di cui abbiamo parlato con Marco e volete diventare voi stessi un po’ più tecnologici, partecipi e consapevoli – insomma, un po’ più smart! –, non perdetevi la nostra proposta per i prossimi mesi: tre corsi tenuti da Marco Fioretti (base OpenStreetMap, base Open Data per ONG e piccoli Comuni e base “Piazza Digitale”) per migliorare il vostro rapporto con le tecnologie informatiche e, magari anche solo di poco, la qualità della vostra vita! Rimanete sintonizzati, vi daremo presto maggiori informazioni!